Al di là di Carmelo Bene

MICHELA TAMBURRINO
LaStampa

Il B&F di Bari ricorda l’attore a dieci anni dalla morte Coltissimo e guitto, re degli eccessi, voce insuperabile.

Carmelo Bene in scena

Bari – Dalla grandezza alla grettezza in meno di un secondo. Dalla luce rarefatta del suo studio ricolmo di libri letti agli spot spudorati di una ribalta becera. Dalla cultura alta, al calcio di serie B. Dall’estrema lucidità all’ubriachezza oscena. Carmelo Bene era. E basta. Amava le donne, soprattutto ne era amato, loro erano fondamentali, una necessità assoluta, creature che creavano, oggetti ma con il potere di resuscitare. Fu, Bene, un incrocio spurio del suo essere salentino con i santi che volano, odori, sapori e il richiamo alla negatività di Artaud.

A dieci anni dalla sua morte quel che resta è soprattutto il vuoto. Nessuno come lui e ognuno a raccontare il suo Carmelo, guascone o timidissimo, il padrone degli eccessi. Un Festival, il BiFest di Bari, si occupa giustamente di ricordarlo, proprio in questi giorni. «Era un mio preciso dovere morale», sostiene Felice Laudadio, il direttore. Il materiale Rai era enorme, ottimo per proiezioni e convegni, i suoi cinque film e mezzo, un inedito anche, nel quale compare Salomé Bene, sua figlia.

«In perfetta coerenza con il suo essere incoerente, abbiamo scelto di rappresentarlo da critico del calcio di cui era competentissimo a entertainer televisivo, nel momento in cui, in un Costanzo Show, dette origine allo sgarbismo; lui, usato dal mezzo che riusò da burattinaio a burattino. Eccolo con Corrado e la Carrà, eccolo insultatore insuperabile. E poi in Riccardo III, in Macbeth, in uno dei suoi tanti Amleto, testi teatrali suoi che ricreava per il mezzo tv». Che conosceva perfettamente, interviene Roberta Carlotto, all’epoca dei fatti programmista e produttore esecutivo, «Aveva una competenza tecnica del mezzo unica. La radio soprattutto era perfetta per esaltare il suo strumento vocale meraviglioso. Lo chiamarono la Callas per i risultati che sapeva ottenere. E poi l’uso avanguardista dei microfoni, in tv delle telecamere, del primissimo piano e del campo lungo. Il suo era un approccio scientifico, non pazzie».

La voce, che, come disse Baricco uscendo da un recital su Dino Campana, «non è più voce ma è suono che accade e dunque, tutto il resto, non è più niente. Lui diventa le parole che pronuncia». Riesumò la cultura popolare con Pinocchio, intonò Leopardi in quattro ore di poesia. Fantastica fu la sua lettura della Divina Commedia dalla Torre degli Asinelli nel primo anniversario della strage di Bologna nel 1981. Ne nacque Carmelo Bene in Divini Canti, lectura Dantis e altri incantamenti, un altro inedito proposto al BiFest. Ma chi più di ogni altra di Carmelo Bene può raccontare, è la compagna di vent’anni di vita, fidanzata, amante, impresaria, produttrice, tuttofare, consolatrice, sopportatrice. Lidia Mancinelli, attrice, non ha dubbi, «Era tutto sulle mie spalle, recitare era l’ultima cosa, Quando me ne andai per rimpiazzarmi prese sette persone. Lo conobbi in un giorno di sole del 1964, al Circeo da Elsa De Giorgi che riceveva in giardino Vallauri, Schifano, Franco Angeli.

Ero reduce da un matrimonio borghese con servitù e mi ritrovai di fronte, steso sull’amaca, questo ragazzetto con una bottiglia di whisky in mano, le unghie dei piedi laccate di rosso e i capelli ossigenati. Mi parlò per ore, sotto al sole, io non capii niente, mi parvero farneticazioni filosofiche, etiche. Mi era tutto oscuro. Imparai a capire». Erano gli anni entusiasmanti di rottura e di speranza, a Roma c’era il Living, Grotowsky, il ’68 lo trovo alla Mostra di Venezia in piena contestazione, vinse il premio della giuria con Nostra signora dei Turchi nel mentre minacciava di morte l’allora ministro della Cultura. Poi la fama e poi la malattia, la voce che diventava ossessione artistica man mano che il corpo si andava disfacendo. Ma era dopo. «In vent’anni l’ho perdonato, sempre. Lui mi aveva trasfigurata, e di sera mi tradiva. Sapevo già durante quelle cene sterminate chi fosse la prescelta della notte. Lo perdonavo ma ero gelosa. Ho 75 anni e rifarei tutto. Mi manca lui, i litigi su Wagner o su Verdi, il disprezzo per la quotidianità. Quando lo struggimento si fa più forte metto su “Manfred”, la sua invocazione ancora mi commuove».